“Gli scomparsi”, grande thriller d’esordio di Alessia Tripaldi

«Raccontare un omicidio, scrivere di un coltello che penetra la carne, di una pallottola che devasta un volto, di una madre che getta dal balcone il proprio bambino, è entrare nel mistero della psiche, l’unico che ha senso indagare», annotava quasi vent’anni fa Luigi Bernardi nella postfazione del suo “Pallottole vaganti. 101 omicidi italiani” (DeriveApprodi). È attorno a quel tema, indagare la psiche, che porta “Gli scomparsi”, romanzo (ufficialmente) d’esordio di Alessia Tripaldi, forse il miglior thriller arrivato in libreria negli ultimi tempi. Solo interpretando i meccanismi mentali di vittime e carnefici (attenzione prima di decidere chi sia chi), piuttosto che indizi materiali o testimonianze, i protagonisti riusciranno a dare un senso alla storia che si apre quando da un bosco esce un ragazzo “selvaggio” che dice di aver seppellito il padre in una radura. Un incipit di appena tre pagine (e sette righe), che annuncia subito in che territorio ci si muoverà nelle successive 400: il cadavere ha gli occhi chiusi, «cancellati da due incisioni a forma di croce».

Di fronte a quella scena il primo concetto che viene in mente è “la paura”. In realtà non è esattamente così, ma andiamo con ordine.

Spetta alla giovane Lucia Pacinotti, commissario in Abruzzo, confrontarsi con questa prima parte di mistero: l’identità del ragazzo, che dice di chiamarsi Leone; e del morto, padre o no che sia. Lucia chiede aiuto a un ex compagno di università, a un ragazzo che forse ama, di certo stima; e che, purtroppo per lui, fatica a trovare una propria strada per il peso che porta sulle spalle: essere pronipote di Cesare Lombroso e portarne il cognome. Così Marco Lombroso passa dallo studio delle antiche categorie criminali basate sulla fisiognomica e sul darwinismo sociale, alla classificazione delle figure criminali di oggi, secondo profili psicoanalitici che tracciano nuovi archetipi di assassini (seriali e no). Colpi di scena e agnizioni portano alla luce uno fra i più drammatici problemi della società contemporanea: la sparizione di bambini. Telefono Azzurro, nel rendiconto 2020, dice che la frequenza in Italia è di uno a settimana.

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Lo scrittrice (sociologa e sceneggiatrice) Alessia Tripaldi

Il merito del romanzo non è (solo) quello di sottolineare attraverso la finzione letteraria un dato reale e agghiacciante come i rapimenti di bambini; lo aveva fatto, ad esempio, Sandrone Dazieri con la serie iniziata da “Uccidi il padre”, nel 2014; ce ne sono esempi in abbondanza nell’interminabile “Criminal Minds” (15 stagioni a partire dal 2005…) di Jeff Davis e in altre serie televisive.

Gli scomparsi” spicca piuttosto per la struttura narrativa, sostenuta da una scrittura limpida e di qualità; l’attendibilità dei riferimenti scientifici; la ricchezza di rimandi letterari e psicanalitici. Che si colgono senza che siano mai sbandierati con “sproloqui didattico/didascalici” (che si trovano in troppi altri thriller).

La scrittura: Alessia Tripaldi ha scelto il presente come tempo della narrazione; e la terza persona come punto di vista. Che, però, non è sempre lo stesso: non c’è solo quello di Lucia, ma anche quello del misterioso Bambino che rievoca le proprie sofferenze e il percorso compiuto per superarle; o accettarle. È un modo di raccontare visivo e cinematografico, senza orpelli o barocchismi; crudo a volte, mai compiaciuto. Si potrebbe definire anglosassone, ma non lo è: ci sono grandi autori europei, e italiani, che hanno mostrato come si possa asciugare un testo, lasciando l’essenziale e creando ugualmente tensione, emozione, attesa. Entusiasmando insomma (e, se si fosse dimenticato, è da quel verbo, to thrill, che deriva la definizione del “genere”). Semplificando al massimo si possono citare Jean Patrick Manchette e Serge Quadruppani; o Giuseppe Pederiali, della serie dedicata al commissario Camilla Cagliostri, e Lorenza Ghinelli. Morale: leggere è un piacere; narrazione e dialoghi sono calibrati, alternati con abilità; i capitoli hanno il respiro giusto, né sterminati né troppo brevi. Con la struttura di un racconto: mini prologo, svolgimento, conclusione e rilancio, spesso con colpo di scena incorporato.

C’è altro ancora che fa degli Scomparsi un ottimo romanzo. A partire dai luoghi e dalla declinazione delle loro “archetipicità”. Il bosco, che è lo scenario base di molte fiabe e del mito, soprattutto se unito a un altro elemento antico: la fame. Quindi Pollicino o Hansel e Gretel, ma prima – e forse meglio ancora – Polifemo. Che in fondo è un grande orco e “mangia” gli uomini di Ulisse; poi, ingannato, viene non solo ucciso, ma accecato. Come il Padre. Un personaggio che non è mai, fino in fondo, il Lupo Cattivo; a eccezione che non lo si interpreti con gli strumenti della psicoanalisi, che spiegano come, in realtà, il Lupo Cattivo abbia una stanzetta nella mente di ognuno. Quindi, in sintesi, si ha sempre paura di noi stessi e di come ci rapportiamo con il resto del mondo; e il mondo (come le stelle…) sta lì a guardare.

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Illustrazione di Gustave Doré per “Pollicino”

C’è la forte sottolineatura di come seguire in modo acritico (ignorante?) una religione, qui la cattolica, significhi camminare sull’orlo dell’abisso; dentro il quale basta poco per cadere, travolgendo ogni barriera morale. A partire dal quinto comandamento: non uccidere, appunto. Una religione che non salva dai peccati ma li nasconde, quasi quasi finisce per generarli.

È la natura, allora, che deve salvare Leone dal Male, dice il Padre. Ma, ancora una volta e intelligentemente, il romanzo chiede al lettore: cos’è il male e dove si nasconde, davvero? I buoni riescono a comportarsi sul serio come tali?

C’è poi il tema della paura, motore del coraggio o dell’annichilimento se non la si riesce ad affrontare; soprattutto se deriva dalla solitudine più che da pericoli esterni. Il Lupo, appunto, non è cattivo. Ma c’è, forse prima di tutto, quello del dolore. I pochi che non soffrono sono quelli che non riescono a capire il senso di quello che stanno vivendo. Non è così per Lucia o per Marco; neppure per Leone e, in pratica, per tutti gli altri, veri protagonisti. Alessia Tripaldi sa descrivere bene il dolore; lo ha già fatto ed è una sua cifra narrativa forte.

Poi, quando si arriva al finale (senza anticipare niente, ci mancherebbe) il cerchio si chiude con un’illuminazione che inquadra un altro tema centrale, che ha viaggiato un po’ sottotraccia per tutto il romanzo: quello dell’affetto, che sia amore o amicizia non importa. Anzi, meglio la seconda.

Non c’è che augurarsi che Lucia e Marco tornino presto; o, in ogni caso, che torni presto la scrittura di Alessia Tripaldi.

Nevio Galeati

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