Ospiti / Barbara Baraldi si racconta

“Gli ospiti di GialloLuna lasciano sempre emozioni speciali, per il pubblico e per chi organizza gli eventi. In questo caso una di loro, Barbara Baraldi,

Barbara Baraldi

Barbara Baraldi

ci ha inviato la propria biografia “romanzata”, firmata! Davvero un regalo per tutti i gialloluneschi. Eccola:

Che tipo di bambini eravate, voi? Io ero una bambina silenziosa, di quelle vagamente inquietanti che non ti accorgi quando ti arrivano alle spalle, e che magari ti sorprendono con una domanda sui massimi sistemi. Da piccola abitavo con i miei in una casa ai confini del paese, l’ultima casa a sinistra (non è una battuta!) prima della campagna. Avevo tre cani e nove gatti, e un pomeriggio d’estate lo avevo passato a scavare in giardino per cercare l’inferno. Ottenni soltanto di essere aggredita da un topo che avevo disturbato nella tana.

Ero convinta che la soffitta di casa fosse infestata, così un giorno decisi di salire di nascosto. Scoprii così che era infestata, sì, ma di storie. Avevo imparato a leggere da poco; passai ore in compagnia dei fumetti tascabili (Alan Ford, Diabolik…) che mio padre aveva riposto in una serie di scatoloni.

In terza media chiesi il mio primo smalto a mia madre. Nero, naturalmente, come quello di Morticia Addams. Ma lo usavo soprattutto per scrivere frasi tratte dai miei libri preferiti sulle pareti della mia stanza. Ne ricordo una in particolare: «Le prigioni peggiori le costruiamo noi stessi, con le nostre paure».

Più il paese dove nasci è piccolo, più la tua diversità spicca. Ai tempi del liceo ero la ragazza strana, quella che vestiva sempre di nero e il sabato sera preferiva rifugiarsi tra le pagine di un libro che nel frastuono di una discoteca. Il fatto è che ero troppo timida per farmi amici, troppo idealista, troppo fragile e tanti altri troppo uno in fila all’altro… i libri erano in mio nascondiglio dal mondo.

Ne leggevo almeno due alla settimana, ad attirarmi erano soprattutto i classici del Romanticismo, Stendhal, Goethe, le opere dei Poeti Maledetti, Poe, Lovecraft e i maestri del gotico, e poi i romanzi di formazione. Ho scoperto più tardi il “genere”. King mi ha tenuto compagnia per tante notti, facendomi litigare con i libri di scuola, anche se è sempre rimasta una fascinazione per la letteratura di qualche decennio fa, dagli anni Venti agli anni Sessanta. Lo stesso per i film: adoro la magia decadente dei vecchi noir, del bianco e nero, personaggi tormentati e dialoghi cesellati. Qualche volta mi convinco di essere nata nell’epoca sbagliata!

La mia vita è sempre stata popolata di storie. Le storie della buonanotte che mi raccontava mia madre prima di andare a letto. Le storie spaventose che mi raccontava la nonna, ambientate nella campagna e spesso infestate da fantasmi, assassini senza nome o donne in cerca di vendetta. E le storie dei romanzi e fumetti che leggevo e avevano la capacità di portarmi via, in luoghi non luoghi dove vivevo per giorni. Sì, è leggendo storie che ho imparato a raccontarle. Prima ai miei fratelli più piccoli, per tenerli buoni; storie spaventose come quelle della nonna. Poi un giorno qualcuno mi disse: «Sei brava a raccontare storie, perché non le scrivi?». Lo presi in parola.

La mattina seguente mi procurai un portatile di seconda mano, passai giorni a scrivere, una specie di rivelazione. Fu come fare la conoscenza di una parte di me di cui non sapevo l’esistenza. Senza che me ne rendessi conto, scrivere mi ha fatto assomigliare un po’ di più alla persona che avrei voluto diventare.

Mentre cercavo di pubblicare il mio primo romanzo, partecipai ad alcuni concorsi letterari. Il Gran Giallo di Cattolica è stato il primo a cui ho inviato un racconto, forse perché ero ancora legata ai ricordi delle vacanze, quando ero piccola con la famiglia, da adolescente con mio fratello con cui ho un rapporto quasi gemellare (abbiamo undici mesi di differenza). Sapevo che in giuria c’erano nomi altisonanti, come Lucarelli, Pinketts, Manfredi, e che i racconti venivano valutati in forma anonima. Lo ammetto: non avevo molte aspettative, il mio non era un giallo tradizionale, era ambientato nella “mia” Emilia paranoica, con un mistero che si consumava nella mente della protagonista. E poi in fondo ero convinta che comunque “vincessero sempre i soliti”. E invece, un pomeriggio, la telefonata fatidica.

Non dimenticherò mai il momento in cui, durante la premiazione, Pinketts mi disse che «ho il senso della frase». Il premio consisteva nella pubblicazione in appendice al Giallo Mondadori. Poche settimane dopo, il curatore della collana era a pochi chilometri da casa mia per un festival.

Andai a incontrarlo, e vincendo la mia proverbiale timidezza mi sono persino presentata. Il mio racconto gli era piaciuto così tanto che mi chiese se avevo un romanzo pronto. Non avevo mai smesso di scrivere, quindi sì, ce l’avevo. È stato così che «La bambola di cristallo» è uscito sul Giallo.Giallo_Supp_9 fbgc OK.indd

Dalla redazione ricevetti alcune copie, le usai quasi tutte per tentare di farmi conoscere da giornalisti locali, “addetti ai lavori”, scrittori che stimavo.

A Massimo Carlotto, che incontrai per caso durante la premiazione di un altro premio letterario, regalai la mia penultima copia. Il giorno dopo mi scrisse una mail: «Ma quale giallo! Vero e fighissimo gotico. Me lo sono bevuto». Un po’ di tempo dopo, la stessa parola “gotico” è saltata fuori in un articolo dell’edizione bolognese del Corriere della Sera: “La regina del gotico italiano”, una definizione che ancora oggi mi fa sorridere.

L’ultima copia ha una storia un po’ particolare. Un editor inglese, ospite a un festival letterario a Roma, era alla ricerca di thriller stranieri da pubblicare in Inghilterra e negli Stati Uniti. Mi contattò tramite un’amica giornalista: aveva sentito parlare bene del mio romanzo ed era interessato a leggerlo. Così andai in posta e mi separai da quell’ultimo feticcio. Pochi giorni dopo ricevetti la mail con cui mi comunicava che il libro gli era piaciuto moltissimo e voleva acquisirne i diritti.

Immaginate la mia sorpresa quando, un mese dopo l’uscita de «La bambola di cristallo» nel regno Unito, sono stata contattata da una troupe della Bbc per il loro documentario «Italian noir». Mi dissero che il romanzo li aveva folgorati. Per loro Bologna era sinonimo di università, splendidi edifici medievali e buona cucina, ma il libro indagava sulla condizione della donna, sul degrado, sulle difficoltà di integrazione. E così mi sono così trovata accanto a Camilleri, Carlotto, De Cataldo e Lucarelli a raccontare “cosa può spingere, oggi, una donna a uccidere”… o a scrivere thriller.

Per quanto mi riguarda, non cerco mai di compiacere il lettore. Al contrario: destabilizzarlo, offrire una domanda nel momento in cui si aspetta una risposta.

Scrivere è un mestiere solitario, e per me è una fortuna, perché durante la scrittura partecipo alle emozioni in modo vergognoso! Mi è capitato di trovarmi con la vista annebbiata e accorgermi solo dopo un po’ che gli occhi mi si erano riempiti di lacrime. Durante certe sequenze sono costretta a fare delle pause frequenti per cercare di smorzare un po’ la tensione.

Mi capita anche con Dylan Dog. La prima storia è stata «Il bottone di madreperla». BottoneSono una collezionista di bottoni, e ne ho ovunque, di tutti i tipi. Nella prima scena Dylan si trova in una merceria in cui i cassetti sono stati divelti, e migliaia di bottoni sono sparpagliati sul pavimento da una forza sovrannaturale. È uscita nel 2012, l’anno del terremoto dell’Emilia. Poche settimane prima, ero rientrata per la prima volta nel mio appartamento dopo la catastrofe. I miei bottoni erano ovunque, sul pavimento, in mezzo al caos degli oggetti scagliati via e frantumati dalla forza del terremoto. Quella storia parla di me più di quanto avrei immaginato.

Leggevo Dylan Dog fin da adolescente, quando cominciai a collezionarlo insieme a mio fratello. Con Dylan mi sono spaventata, commossa, ho provato empatia “per i mostri”. La scrittura di Tiziano Sclavi aveva il potere di farmi sentire meno sola. Meno diversa. È stato emozionante confrontarmi direttamente con lui per la sceneggiatura di «Gli anni selvaggi», una storia in cui ho riversato tutta la mia passione per la musica, e che parla di amicizia, quella che “solo a vent’anni”. Ci siamo scambiati una serie di mail per migliorare alcune scene cruciali. Poi la storia è uscita, e il Fondo Sclavi ha organizzato un evento. Durante una conferenza è accaduto l’inaspettato: Tiziano si è presentato all’evento e si è seduto sul palco accanto a me. Chi lo conosce sa che le sue apparizioni in pubblico sono rarissime. Non sono a mio agio tra palchi e microfoni – sono ancora la ragazza timida che si rifugiava nei libri – e l’ho considerato come… un abbraccio da parte di un autore a cui devo moltissimo”.

Barbara Baraldi

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