I libri di GialloLuna – “Lo specchio nero” di Gianluca Morozzi

Lo specchio nero

Walter si sveglia nel cuore della notte in un monolocale di Bologna. Una ragazza è distesa sul letto, nuda. E morta. In bagno, immerso nella vasca, c’è un altro cadavere. E mentre la porta dell’appartamento è chiusa dall’interno, quella del bagno è chiusa dall’esterno. La conclusione a cui arriva Walter, editor di una casa editrice cittadina e scrittore lui stesso, è che lui è l’indiziato perfetto. Anzi, il perfetto colpevole. Peccato che non ricordi nulla di quanto successo la sera prima, di come sia arrivato fino a quell’appartamento e per fare cosa.

“Lo specchio nero” di Gianluca Morozzi (Guanda, 336 pagg.) propone una delle sfide logiche più difficili e più amate dai lettori di gialli: l’enigma della camera chiusa. Addirittura, l’autore bolognese alza la posta raddoppiando la difficoltà: non una sola stanza, ma due.

L’inizio del romanzo è dunque “col botto”. Dopo la sconvolgente scoperta, il protagonista si aggira smarrito per una città che gli appare estranea, con alcune sequenze che ricordano i protagonisti dei film di Hitchcock, impegnati a ricucire i frammenti di una quotidianità spezzata dall’essere stati catapultati in situazioni più grandi di loro.

Solo che dopo questo inizio fulminante, il ritmo cala. E cala davvero tanto e per troppo tempo. La storia si svolge nell’arco di una settimana e in tutta la parte centrale del libro conosciamo il lavoro del protagonista, gli amici, i colleghi, la donna di cui si innamora, il suo turbolento passato attraverso una narrazione secondaria (quella del libro che ha reso famoso Walter e che racconta la sua problematica adolescenza, alle prese con una famiglia allo sfascio e un’amicizia rischiosa).

Le deviazioni dal percorso principale sono talmente tante (e anche godibili, solo che capita che risultino poco amalgamate al contesto) che a volte ci si dimentica che ci sarebbe un duplice omicidio su cui fare luce. I personaggi che potrebbero aver teso una trappola a Walter sono tanti (ma si è trattato davvero di una trappola?), tuttavia un lettore che abbia un minimo di confidenza con la lettura di gialli non viene condotto su false piste.

Le autocitazioni da romanzi precedenti dell’autore sono un po’ troppe e non tutti i personaggi risultano ben caratterizzati, come anche Bologna, a tutti gli effetti una protagonista, viene descritta in maniera troppo meccanica, quasi da guida turistica, senza permettere al lettore di catturarne l’essenza.

Anche la rivelazione finale è un po’ deludente: il meccanismo logico trovato da Morozzi tiene (un po’ meno il movente, anche se fa sorridere), ma ci si arriva troppo in fretta nonostante le quasi 300 pagine precedenti. Sì, la sorpresa c’è, ma principalmente perché gli indizi disseminati nel racconto erano davvero pochi per immaginare un finale di questo tipo.

Probabilmente un romanzo così ambizioso avrebbe avuto bisogno di più tempo di gestazione, di maggiore cura nei particolari e negli snodi della storia.

Vania Rivalta

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