Omicidi e malaffare in laguna

La copertina del romanzo di Michele Catozzi

La copertina del romanzo di Michele Catozzi

Quando un romanzo riesce a proporre più piani di lettura; sa mescolare riferimenti e analisi della realtà a una vicenda inventata; quando l’intreccio tiene e ogni snodo proposto nei primi capitoli trova una sintesi nel finale, senza conigli scoperti in qualche cilindro polveroso; quando i personaggi sono vivi e si muovono in un ambiente credibile. Ecco, quando questa alchimia si verifica, allora nasce un libro che vale la pena leggere e che non si riesce a mollare prima dell’ultima pagina. È il caso di “Acqua morta”, secondo romanzo di Michele Catozzi (Tea ed.), vincitore del premio letterario “IoScrittore” nel 2014 (per altro, in quello stesso anno, l’autore ha vinto il anche premio GialloLuna NeroNotte per racconti inediti, indetto insieme al Giallo Mondadori), in libreria da poche settimane.
“Acqua morta” (quella che «può nascondere segreti che non dovrebbero mai venire a galla») è un romanzo completo: parla di sentimenti, ossessioni e dolori; di malaffare, omicidi, inchieste, corruzione e giustizia. Lo fa con grande cura e mantenendo un ritmo narrativo sostenuto, con dialoghi efficaci e credibili. Ed è scritto bene, anche se questo dovrebbe essere un prerequisito: perché non si dovrebbero pubblicare storie linguisticamente sconnesse; senza dire di quelle con “orrori” di sintassi… Un prerequisito, che purtroppo spesso manca.
L’incipit: il commissario Nicola Aldani deve traslocare, da Venezia a Mestre; a dire il vero la sua famiglia è già nel nuovo appartamento sulla terraferma, ma lui un po’ cincischia. Facendo arrabbiare la moglie, che lo aspetta, costretta a gestire i figli da sola. È un maggio caldo, umido, sudato e in laguna affiora un cadavere. È Mirco Albrizzi, immobiliarista e non solo, con le mani in molti affari; politica compresa. I poteri forti della città vorrebbero che il caso fosse archiviato come suicidio; in fretta. Ma altri due morti, una escort sua amica, sicuramente assassinata; e un giovane, pestato e ucciso trent’anni prima, sono lì a dimostrare come non si tratti di suicidio. Così, muovendosi fra paradisi fiscali e scartoffie impolverate, e aiutato da un ex collega, un colpo di scena dopo l’altro, il commissario Aldani riesce a riannodare ogni filo. E a cambiare casa. Apparentemente solo “di colore”, questa parte della narrazione è fondamentale perché delinea con affetto e cura il protagonista e i rapporti con i suoi affetti, e ne consolida l’umanità che già si intuisce mentre investiga e lavora con i colleghi, a partire dall’anziano ex commissario Zennari.
Michele Catozzi – si è capito, vero? – convince con l’intrigo, la scrittura, i personaggi; e il suo occhio su Venezia è affettuoso e sincero, dai motoscafi in laguna, alle mostruose navi da crociera, fino allo scandalo del Mose (anche se sul malaffare politico sospende il giudizio, pur lasciando capire bene cosa ne pensi). Il suo commissario, così a occhio, è destinato a diventare un punto fermo dei romanzi gialli italiani.
Nevio Galeati

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