L’informazione e l’ornitorinco

I lettori di GialloLuna perdonino il lungo articolo che segue. Per altro non legato alla rassegna, né alla letteratura popolare e di genere. Si tratta di un appunto per una riflessione sui linguaggi delle comunicazioni di massa, disciplina e metodologia di studio poco frequentata in questi ultimi anni.

(n.g.)

Le vicende degli ultimi giorni hanno mostrato come l’universo della comunicazione abbia più di un nervo scoperto; anzi: si potrebbe dire che sia andato da tempo in corto circuito, quasi nell’assoluto disinteresse, con il risultato di allontanare sempre di più chi parla da chi ascolta; confondendo, o facendo saltare, codici che dovrebbero essere comuni. Varrebbe la pena riflettere su questo stato delle cose, chiedendosi perché se ne sia sottovalutato il peso; per non arrivare a pensare che ci si trovi di fronte a un progetto cosciente di omogeneizzazione del pensiero.

Eppure si sono verificate alcune vicende comunicative, in curiosa coincidenza temporale, che potrebbero aiutare a smuovere il pantano e a portare a galla i “fantasmi che sussurravano nel buio”. Sono note, e non solo a chi viaggia negli spazi di internet; eccole: il tweet di Alessandro Laterza (retromarcia compresa); i commenti e le analisi in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne; il cordoglio e i commenti per la morte di Diego Armando Maradona.

Diego Armando Maradona

Pare di essere dalle parti di “Kant e l’ornitorinco” di Umberto Eco (1997). Cosa c’entra lo strano mammifero che, unico esempio, depone uova, con il filosofo idealista tedesco? Niente; per altro Kant non ha mai saputo che esistesse un animale del genere (l’ornitorinco è stato scoperto nel 1799, quando il filosofo già da un anno era stato travolto da un decadimento delle condizioni cognitive). E “nessuna” può essere anche la risposta su quale tipo di connessione ci sia fra la prematura scomparsa di Maradona e il 25 novembre.

Non è così. È un problema, appunto, di sistemi e modi di comunicare. Un passo alla volta.  Il test del tweet di Laterza. “Essere scrittori è altro dal saper scrivere bene: è avere uno ‘stile’, un proprio uso del lessico, sintassi, figure retoriche, ecc… Trama, personaggi, soggetto sono marginali. Cerco lumi sulle scrittrici italiane contemporanee. Per mia lacuna mi fermo a Ginzburg e Morante. Grazie”.

[Le scuse del giorno successivo, dopo una specie tempesta che dai social è emigrata anche sulla carta stampata, non cambiano il senso del ragionamento. In ogni caso sono state queste: “Lavoro con le parole e le ho usate male. Il mio tweet di ieri è inadeguato sia nella forma che nel contenuto. Me ne scuso molto con tutti”].

L’editor Eva Ferri, delle edizioni e/o, ha tentato di buttare acqua sul fuoco ricordando l’importanza e la differenza “fra registri di comunicazione: tweet o post, pranzo fra amici, articolo di giornale, libro di saggistica, di narrativa”. E spiega: un editore dovrebbe star lontano dai social; scrivere “in fretta” non consente di riflettere e le idee non possono maturare: “il pericolo di uno scivolone è sempre dietro l’angolo”. Poi l’intero intervento (Domani, 26 novembre 2020), articolato e pieno di riferimenti al “compito di qualunque editore” entra nel merito della dichiarazione di Laterza e chiede – si chiede? – come si possa fare per “allargare lo spazio per le autrici, nel nostro paese”. Qui si aprirebbe un altro fronte di discussione o riflessione, perché Ferri scivola, anche lei…; citando, infatti, un’indagine (non specifica quale sia) sulla percentuale di autrici nei cataloghi dei “maggiori editori italiani”, dice: “nei cataloghi degli editori cosiddetti  ‘letterari’ dominano le voci maschili, gli editori ‘commerciali’ tendono a pubblicare più donne, perpetuando uno dei più noti luoghi comuni sulla letteratura delle donne, che sia letteratura rosa, letteratura di largo consumo, letteratura, insomma, di livello stilistico o contenutistico più popolare”. Detto da chi lavora nella casa editrice, che ha nel proprio catalogo Elena Ferrante, lascia perplessi. Ma tant’è.

Di nuovo: cosa c’entra a questo punto il 25 novembre? Sempre in superficie un po’ di più della morte del campione. Perché, come si dice da tempo, “la violenza sulle donne comincia dal linguaggio”. È, quindi, prima di tutto una questione culturale, perché oggi i presunti istinti naturali e le convinzioni radicate con la conoscenza sono sovrapposti. Si potrebbe dire con un andamento verso il basso, ma qui non importa. Ancora troppo spesso si trasforma la vittima quanto meno in “istigatrice a delinquere”; e si nominano i protagonisti di una tragedia non in modo neutro (oggettivo), ma utilizzando parole che aggiungono valutazioni e giudizi orientati e in grado di influenzare che legge/ascolta.

Questo secondo “caso” può portare qualche spiegazione al primo; e aprire la strada che porta al terzo. Annota la scrittrice Chiara Valerio: “Cambiamo le parole, pronunciamo i nomi, e cambieremo il mondo”. Perché “sì” ha un significato diverso da “no”, da che mondo è mondo.

Ecco, pochi “caratteri” ma l’idea che passa non può essere fraintesa. La storia si ripete in modo monotono: non è lo strumento a distorcere il pensiero. È l’uso che se ne fa; e l’attenzione alle parole – appunto – non ha limiti di tempo. Non deve essere “più alta” a seconda della situazione in cui quella stessa frase viene espressa. Non c’è cena, bar o convegno che tenga: sciatteria, superficialità, violenza escono allo scoperto in ogni modo; o, di contro, possono essere controllate con la stessa attenzione. E non c’è neppure un qualsiasi “in vino veritas” che tenga.

Il corto circuito è provocato, in massima parte, dall’uso distratto, sconsiderato – ma anche velenoso e vigliacco – di ogni strumento di comunicazione/informazione. Perché si è del tutto sostituita l’accuratezza con la velocità, dove quest’ultima comanda. Un passaggio che ha infettato anche la carta stampata che, invece di prendere le distanze da questo modo di parlare o scrivere, lo insegue. Con gli esiti che si conoscono e gli eccessi, sguaiati e penalmente rilevanti di personaggi che arrivano a giustificare lo stupro; e, peggio di questi, gli editori che consentono che questo avvenga. Non è il controllo che è andato a farsi benedire, ma la serietà professionale.

Infine l’ornitorinco, la morte prematura del grande campione, icona del calcio e iperbole vivente. Che è passata dallo stesso tritacarne mediatico usato dal tweet distratto e “disattento” sulle scrittrici; e che ha subito la stessa furia verbale denunciata nella Giornata mondiale contro la violenza alle donne. Ogni piattaforma virtuale ha visto lo scontro fra chi piange Maradona e chi sciorina l’elenco di una vita fatta d’eccessi; con paragoni demenziali e il vecchio, mai superato dilemma, su quanto debba pesare la vita di un “autore” nella valutazione delle sue opere.

Di nuovo è la comunicazione a perdere la bussola. Si dà voce al sentito dire, vincono i pregiudizi, non si contestualizza. Troppo facile scaricare la colpa sugli strumenti o, meglio, sui canali utilizzati per “parlare”. Sarebbe meglio dire “strillare”.

Quando nel 2015 Umberto Eco diceva “I social permettono alle persone di restare in contatto tra loro, ma danno anche diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano al bar dopo un bicchiere di vino e ora hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel” aveva quindi ragione?

Umberto Eco

Solo in parte. Esternare quello che si pensa, senza filtri e con la sicurezza, garantita dai “mi piace” o dai “cuoricini”, che si è ascoltati, è attività che gratifica e fa “sentire importanti”. Sono gli altri a non capire, a dover essere offesi, cancellati, attaccati, se non si uniscono al consenso, qualsiasi sia l’oggetto del contendere; dalla chimica alla raccolta di figurine. Difficile pensare che tengano un atteggiamento diverse passando dal post o dal tweet a un “testo argomentativo” o narrativo di maggior respiro. Chi invece comprende l’importanza del linguaggio, e si chiede perché un animale peloso a quattro zampe che fa “miao” sia per tutti un gatto, o quell’altro, il mammifero col becco, sia appunto un ornitorinco, non cambierà codice di comunicazione se passa da Facebook a un racconto. E neppure al bar dove, forse, ascolterà paziente un esponente della “legione di imbecilli” inveire con qualcosa o qualcuno; o, un altro, impegnato a difendere la memoria di un campione alzando il tono della voce e offendendo chi non la pensa come lui; e un terzo ancora, che commenta la scollatura della cameriera. Pagherà la consumazione e uscirà. Con i social è ancora più semplice. Clic.

Nevio Galeati

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